Bpm-Popolare, la politica e il futuro delle banche

Le operazioni che hanno per protagonisti la Banca Popolare di Milano (Bpm) e il Banco Popolare sono di eccezionale importanza.

Perché, nel tormentato quadro del nostro sistema bancario, tra banche venete da salvare e banca toscana da risanare, tra capitali da raccogliere e sofferenze da vendere, questa è l’unica operazione apparentemente con il segno più. Perché queste sono, per dimensione e storia, le due principali banche della Lombardia. Perché così si vuole porre fine al sistema che si reggeva sul voto capitario, e che consentiva il potere delle sigle sindacali all’interno e l’influenza della politica all’esterno: le ragioni cioè che mi indussero a dare le dimissioni da consigliere della Bpm, e di cui diffusamente scrissi su queste colonne.

A livello nazionale, Bpm e Banco Popolare sono le prime del gruppo delle otto banche popolari che, in base alla legge 33/2015, entro fine anno dovranno abbandonare il sistema “una testa un voto” e adottare quello “un’azione un voto”, pena il rischio di perdere la licenza bancaria.

Le fusioni erano eventualità che la legge voleva rendere più facilmente realizzabili. In realtà è successo il contrario: è la prospettiva di avere una banca più grande che ha aiutato a vincere le resistenze di chi non voleva perdere i privilegi che gli assicurava il voto capitario. Più facile, nella nuova banca, trovare compensazioni, bilanciare i ruoli. Il meccanismo di transizione è piuttosto barocco, ma è giocoforza accennarvi.

La Bpm popolare (cioè la attuale Bpm) utilizza la licenza bancaria della Banca Popolare di Mantova, che già controlla, le trasferisce per intero la sua attuale rete operativa e le cambia nome in Bpm Spa. Questa resterà in vita finché, prevedibilmente tra 12-18 mesi, i vertici delle due “banche madri” non avranno completato l’integrazione di sistemi e strutture: a quel punto la attuale banca rete Bpm Spa scomparirà, incorporata nella definitiva nuova Banco-Bpm Spa.

A presiedere la Bpm Spa, la società di rete, il consiglio di gestione della Bpm popolare ha chiamato Umberto Ambrosoli. L’avvocato e politico milanese, è consigliere regionale eletto con il sostegno del Pd, dopo aver rimesso lo scorso 8 settembre il mandato di coordinatore delle politiche del centrosinistra in Regione.

Conflitto di interessi?

Per l’Eba, per l’Autorità europea di vigilanza, per il codice di autodisciplina delle società quotate, sì: tutte richiedono “indipendenza di giudizio”, assenza anche solo potenziale di conflitti di interesse, vogliono precluse situazioni che potrebbero anche solo apparire idonee a compromettere l’indipendenza.

Invece la banca di cui Ambrosoli è presidente investe insieme alla Regione di cui Ambrosoli è consigliere: in Brebemi, nel fondo Abitare Sociale, nel piano per lo sviluppo delle aziende locali. Il Consiglio regionale di cui Ambrosoli è membro ha deliberato di sollevare davanti alla Consulta la questione di legittimità della norma di legge di cui Ambrosoli da presidente gestisce l’applicazione.

Ambrosoli per ora rifiuta di dimettersi da consigliere regionale: il fatto che si tratti di una carica che dura solo il tempo necessario a realizzare la fusione, rende la sua decisione comprensibile, ma non rileva ai fini della sussistenza del conflitto, che poggia sulla natura elettiva della carica politica e sulla coincidenza dei territori di riferimento dell’attività bancaria.

Non comprensibile è avergli proposto di ricoprire quel ruolo, mettendolo in questa situazione di imbarazzo.

O meglio, comprensibile se si tiene conto dei complessi negoziati con cui, nella prima parte del 2016, era stata definita la composizione del Cda e i ruoli apicali della futura Bpm Spa.

Soddisfatte in quella sede le richieste dei sindacati interni, “soci di riferimento” dell’attuale Bpm popolare, la poltrona di presidente della Bpm Spa transitoria era stata riservata ad altre componenti della base sociale: al rifiuto di queste ultime gli amministratori hanno scelto una candidatura “incontestabile”.

Non avranno pensato alla contraddizione di mettere una persona così impegnata sui temi della trasparenza e della legalità in contrasto con quanto le Autorità prescrivono in proposito. E non avranno neppure pensato alla contraddizione di mettere un consigliere regionale del centrosinistra, in contrasto con quanto il presidente del Consiglio ha ribadito anche recentemente sui motivi ispiratori della sua legge: tenere cioè la politica fuori dall’attività bancaria.

Anche e soprattutto, aggiungo io, quando c’è un passato da lasciare e un futuro da costruire.

17 Sep 2016

Il Sole 24 Ore (F. Debenedetti)